Kras je naš! Il Carso è nostro! 2°

Non è che è troppo verde e vogliamo tagliare qualcosa anche qui?

Qualcosa si muove!

È partita la campagna di sensibilizzazione che vuole, al centro dei nostri interessi, i beni comuni. Il Carso è un bene comune! Non appartiene alle Istituzioni, e, sicuramente, non appartiene solo a noi che vantiamo “diritti reali” su di esso in quanto proprietari di fondi; Il Carso appartiene a tutti! Appartiene a tutti coloro lo sentono nel cuore, che conservano dei ricordi o ambiscono a vedervi realizzati progetti di integrazione e sostenibilità. È un territorio che appartiene a coloro i quali si sentono a casa ogni volta che i loro passi calpestano le sue pietre e che in esse vi riconoscono la vita che portano in sé; appartiene a quelli che scrutando la superficie aspra ed irregolare leggono l’asimmetria di una memoria e che sanno in esse riconoscere l’attesa dei passi di chi verrà dopo di noi. Il Carso è di chi, alzando gli occhi al cielo, sa scorgervi la bellezza quando si fonde al candore delle rocce; il Carso appartiene a chi non conosce e non riconosce, il valore di un confine; è di chi lo ritiene un veicolo per raggiungere uno stato dell’anima o una piazza sulla quale incontrarsi e condividere il pregio di un territorio, piuttosto che il terreno su cui imporre interventi che, non si dubita, siano stati animati dalle migliori intenzioni.

Se il nostro Carso fosse stato lasciato ai propri usi e non fossero intervenute Leggi a “tutelarne” una integrità insostenibile, ecco che i nostri contadini, i nostri allevatori avrebbero continuato a fare quello che per centinaia di anni hanno sempre fatto: manutenerlo!

Indubbiamente di un intervento c’era bisogno, ma è stato fatto in modo traumatico e irriverente. La diuturna azione degli abitanti del nostro Territorio ha consentito che il Carso giungesse a noi anche, ed a prescindere, della venuta di Assessori intraprendenti.

Ripristinate gli usi consolidati dai secoli consentendo agli abitanti dell’Altopiano Est di riprendere in mano il destino delle Comunelle, dell’agricoltura e dei pascoli impedirà un indiscriminato avanzamento della macchia e scempi peggiori per emergenziali interventi “sanificatori”. Così come il Carso è arrivato a noi, così arriverà ai nostri pronipoti che avranno qualcosa da mare, nel quale riconoscersi e di cui godere.

Torniamo in dietro per andare avanti!

Kras je naš! Il Carso è nostro!

Kras je naš! Il Carso è nostro!

Qualcuno deve pagare per tutto questo!!!
Nekdo mora plačati za vse to!

Riprendiamo in mano il destino del nostro territorio! Dopo aver assistito increduli ed impotenti, all’esproprio che di fatto è seguito alla creazione del “Parco della Rosandra” ecco che finalmente abbiamo capito chi ha consegnato la Comunella in mano a questi “tecnici”; sedicenti esperti del patrimonio boschivo e ambientale che per secoli le nostre genti hanno custodito e che questi signori, questi tecnici, oggi ci hanno insegnato come distruggere. Il bosco dei nostri antenati; la terra della nostra Memoria è in mano a questi arroganti che, però, in un Foto ripresa da FB... rende bene l'ideaistante ci hanno insegnato come si fanno fuggire specie animali, come si compromette un ecosistema e, tutto questo, nell’arrogante ostentazione di chi non solo ha il potere, ma, ormai, sente “d’essere il potere” e di conseguenza agisce.
Mobilitiamoci!

Se non lottiamo per salvare la nostra Terra da chi dobbiamo aspettare qualcosa?

Kras je naš!
Il Carso è nostro!

ITALIA: ECCOCI DI FRONTE ALL’ANNUALE, CICLICA, EMERGENZA MIGRANTI

…possiamo davvero chiamare “emergenza” un fenomeno preventivabile e ciclico come l’arrivo degli scafi carichi di migranti a Lampedusa?

Un’emergenza è tale quando ci consegna, senza nessun preventivo annuncio, ad una situazione che diviene difficilmente gestibile a causa della sua imprevedibilità.

La memoria corta o la sottovalutazione dei problemi non fa di una negligenza il prodromo di uno stato emergenziale. Dopo anni di sbarchi, centinaia di morti, dovremmo aver capito che non si tratta di dover “fronteggiare delle emergenze”, ma di dover strutturare una “macchina”, un dispositivo stabile per la gestione dei migranti.

Lampedusa è lì. Il primo approdo per la disperata corsa verso la sopravvivenza che migliaia di uomini e donne  in cerca di rifugio raggiungono in Europa, il primo scoglio di speranza che li affranchi da una vita di stenti e miseria o, peggio, da guerre e condizioni disumane di vita in Paesi dove il diritto alla vita è una delle tante carenze quotidiane con cui intere nazioni si debbono confrontare. Lampedusa è un’isola! E ciò, è un dato di fatto; un dato geografico, come è, altresì, un dato che il vergognoso comportamento delle autorità maltesi che scaricano sull’Italia e sugli altri Stati che si affacciano sul Mediterraneo la propria indisponibilità alla solidarietà; come venirne fuori? Non meno vergognoso è il comportamento della Stato italiano che per incapacità a pensare al domani vive con prostrata rassegnazione, ogni evento tramutandolo in “emergenza”. Sindaci che si stracciano le vesti, organizzazioni che si dicono impreparate e che, certo, gridando “ALL’EMERGENZA”… Ma creando una struttura stabile e articolata che non consenta più di potersi avvalere dell’alibi mendace della “sorpresa”, non risparmieremmo denaro e figure inqualificabili? Dato per assodato che l’Europa “fa spallucce” di fronte a problemi comuni legati alla migrazione (fossero solo quelli…) lasciandoceli gestire come fossero unicamente problematiche interne, non possiamo almeno cercare di sembrare, per una volta, un Paese organizzato? Stupiamo tutti!

Alla lunga, se no, saremo ancor meno credibili!

Amministrative in Serbia… ma i seggi saranno aperti anche in Kosovo

La notizia è di ieri, e non sembra delle migliori.

Sembra, e si dice sembra, che la Serbia sia intenzionata ad estendere le consultazioni elettorali amministrative locali anche nello Stato del Kosovo. Il Kosovo come ormai tutti sanno, è uno Stato indipendente riconosciuto da 22 Paesi su 27 dell’UE.  Che può significare tutto questo? Forse il tempismo di un tale gesto potrebbe rimettere in discussione molto riguardo agli attuali assetti dei Balcani ed allora avremmo capito chi, come scrivevo due giorni fa, ha in mano il “cerino”. Alcuni tra i più rilevanti esponenti delle minoranze albanesi che ci sono nelle Repubbliche balcaniche, e lo steso Governo albanese, non esitano a parlare di “aggressione”. Ancorché la Serbia continui a considerare il Kosovo parte integrante del proprio territorio, questo “sembra”, agli occhi di molta comunità internazionale uno Stato…

Occhio a come si maneggia il cerino che la scatola di fuochi d’artificio non è poi così lontana.

FATTI NON FUMMO…

Skopje (ma questo ormai lo sanno in tanti); 14 marzo 2012

Vedo, non so se dire con piacere o con dispiacere, che una certa stampa italiana ha preso a parlare del problema dei Balcani e, segnatamente, di alcuni omicidi, aggressioni e atti d’intolleranza, sintomo inconfutabile della difficoltà ad interagire che qui in Macedonia hanno i gruppi etnici storici. Ora, questa improvvisa comparsa di articoli su giornali, solitamente assai poco attenti ai fatti di stabilità internazionale e segnalatami garbatamente da amici in patria, mi ha incuriosito, e… Non vorrei sembrare presuntuoso o permaloso, ma se dovete “prendere spunto” da chi è sul territorio e, magari, ci mette del suo rimanendo in prima persona a “scrutare l’orizzonte”, siate almeno così cortesi da citare la fonte. Vi renderebbe più credibili e darebbe un senso a tante piccole cose.
Non sono un giornalista e non ho ambizioni in tal senso, ma un ricercatore che non ama la buia stanza del proprio ateneo e preferisce conoscere, vedere, annusare l’aria a e poi, magari, scrivere di qualcosa che conosce.

Quindi, se avete bisogno di “farvi illuminare”, venite qui: c’è posto per tutti!
All’occorrenza ci scappa anche un buon aperitivo, proprio come nei bar che avete sotto casa o sotto la redazione da cui informate l’universo creato.

Fatti non fummo…

BALCANI A RISCHIO INCENDIO? Chi ha in mano “il cerino” oggi?

Skopje 13 marzo 2012

Nelle ultime settimane la situazione di stabilità tra i gruppi sociali etnicamente connotati coesistenti nel territorio della Repubblica di Macedonia, si fa sempre più delicata. Dal 29 febbraio scorso, data nella quale a Gostivar un poliziotto fuori servizio ha aperto il fuoco con la pistola d’ordinanza su due ragazzi albanesi, a ieri, le “frizioni” aumentano. Si passa dai pestaggi sugli autobus – assaliti ed espugnati come fossero diligenze del far west, alle aggressioni per le strade. In azione sono dei gruppi di giovani, che la stampa locale definisce sbandati, armati di spranghe e manganelli. Probabilmente non obbediscono e non sono organizzati e supportati da strutture politiche che ne ispirano le azioni,  ma sicuramente incarnano una sensazione di disagio e di totale disattenzione istituzionale verso delle problematiche che potremmo definire storiche, almeno come le minoranze etniche (quella macedone, quella turca e quella albanese) che si fronteggiano ogni giorno. Non parliamo, qui, di una fronteggiarsi esclusivamente “militare”, ma di una competizione per la sopravvivenza.

Per chi guarda con occhi da turista la magnificenza con la quale la Macedonia dona di sé la parte migliore, sarà assolutamente impossibile notare quello che il viaggiatore vede. Si passa dai Mega Store e dagli Outlet alla miseria e alla insufficienza dei servizi forniti alla popolazione passando un semplice ponte. “Un ponte che divide”, un ponte che per attraversare, specialmente quando provieni dalla parte antica, dalla “Stara Čaršija”, ti obbliga a mutare te stesso invece che favorirti nel mettere in comunicazione quanto prti dentro perché una cultura diffusa dell’inclusione e dell’integrazione prenda il sopravvento sulla diffidenza e la “paura latente”. Come ho notato pochi giorni dopo essere giunto in questa meravigliosa città che è Skopje, ci sono disparità e contraddizioni evidenti.

Una studentessa dell’università albanese di Tetovo, replicando ad un collega che le stava contestando una non sufficiente preparazione all’esame, ha risposto: “Cosa studio a fare professore se tra un po’ ci sarà la guerra!?”

Ecco quello che non volgiamo vedere, ecco cosa il nostro intervento nei Balcani produce quando all’intervento di democratizzazione non seguono delle attente e tempestive politiche di tutoraggio per verificare che gli impegni assunti siano attesi.

Dove sono i poteri forti occidentali oggi? Dove sono i Signori della guerra? Dove sono adesso quei volti arcigni che nel 1993 appiccarono il fuoco, o quanto meno tennero il cerino in mano, nell’ex Yugoslavia che si apprestava a divampare divenendo l’incendio che ne avrebbe distrutto l’anima? Queste menti geniali, auspicano ancora un’alba di influenze e possibilità economiche o pensano che sia giunto il momento di cambiare forma di assistenza? Non servono bombe questa volta, ma operatori di Pace; pacificatori che non scendano con i paracadute o dagli elicotteri, ma persone con una motivazione interiore talmente forte da progettualizzare la creazione di una comunità in grado di accettare se stessa e di convertire in positivo l’energia che ora porta allo scontro latente.

In Macedonia qualcosa si muove: FINESTRA SUL CINEMA ITALIANO 2012

Programa 2012 FINESTRA SUL CINEMA ITALIANO

Condividiamo la parte meno identitaria di noi per sconfiggere gli “identitarismi”.

Skopje 10 marzo 2012. In Macedonia qualcosa si muove… l’Ambasciata d’Italia a Skopje – area cultura – ha organizzato, in collaborazione con partner locali, un evento veramente unico.

Un ponte attraversa l’Adriatico e si poggia sulle rive del Vardar unendo l’Italia al cuore Balcani; un percorso di immagini e parole che stimola a condividere storie di Popoli e di Genti apparentemente lontane ma che in realtà sono unite da un passato comune e proiettate verso un futuro tutto da costruire e condividere.

In un Paese dove le problematiche sociali sono l’evidenza più ignorata proviamo ad ignorare le evidenze artificiali, ma ostentate. Unire ciò che è diviso sicuramente è più difficile che accettare le divisioni come un ineluttabile destino. Nel percorso verso l’Europa transfrontaliera, strutturiamo la nostra quotidianità in modo da poterci riservare almeno un’ora al giorno di commistioni e facciamolo in assoluta assenza di stereotipi o pregiudizi…